Tatuaggi estremi: Wim Delvoye

by: novembre 27, 2014


 

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Siamo ai confini dell’arte. Se il progetto di una macchina che simula la digestione umana producendo feci, suscita curiosità e disgusto al tempo stesso, che reazione possiamo avere di fronte ai suini vivi tatuati dell’Art Farm di Wim Delvoye?

Ci troviamo in un’ambito dell’arte contemporanea che fa parlare. Il belga Wim Delvoy ha fatto il suo ingresso nel mondo dell’arte negli anni 80 esplorando i confini dell’art commodity, distinguendosi subito per la sua personalità originale e dissacrante, cercando di rompere con quell’arte che considera noiosa e per la maggior parte, solo una mercificazione. E c’è riuscito!

Il suo lavoro traduce perfettamente il suo pensiero e la sua attitudine alla realtà. Le sue opere sono insolenti e sfrontatamente pop, mescolano stili, trasgrediscono ogni schema facendo naufragare ogni certezza. Distruggono l’aura di rispetto attribuita all’arte e sviluppano un’estetica – se possiamo definirla tale – che celebra le cose di tutti i giorni senza mai cadere nel banale.

Il successo e la fama di quest’artista sono oggi indiscussi grazie alle numerose esposizioni nei più importanti luoghi d’arte del mondo. Dalla Biennale di Venezia al Musée Rodin di Parigi, dal New Museum di New York al Kaohsiung Museum of Fine Art di Taiwan.

Ma Wim, artista belga ironico e provocatorio, a un primo approccio sembra un pazzo da galera e le sue opere delle bizzarrie di cattivo gusto.

Ma vediamo da vicino di cosa stiamo parlando e cosa si cela dietro a questo lavoro apparentemente immorale, ma che in realtà vuole avere una funzione critica nei confronti dell’arte stessa ma anche far riflettere su una vasta gamma di temi che vanno dalle funzioni corporee a tematiche attuali quali le dinamiche sociali, la produzione industriale, il consumismo e anche la religione.

I MAIALI TATUATI

Come molti fra i tatuatori, Delvoye ha fatto esperienza sulla pelle di suini prelevati da mattatoi. Ma qualche anno dopo ha iniziato a tatuare suini vivi interessato dall’idea che il valore del maiale sarebbe letteralmente cresciuto, sia fisicamente che economicamente.

tatuaggi-maiali-01I disegni sono creati da Delvoy e dal suo team. Inchiostrano le schiene dei maiali ripercorrendo la storia del tatuaggio. Riproduzioni di teschi, croci in stili differenti. Ma anche disegni dettagliati di anatomia o la riproduzione critica del marchio di Louis Vuitton.

Quest’operazione ha fatto molto discutere gli animalisti, di fronte ai quali Delvoye ha dichiarato che non avviene nessun maltrattamento. I maiali vengono sedati, depilati e cosparsi di vaselina prima di procedere coi tatuaggi. La sua idea di partenza era di esporli vivi e di venderli. Ma non è facile trovare un estimatore con il coraggio di tenersi in salotto un porco vivo e tatuato.

Allora perché non costruire un allevamento in cui far crescere maiali felici e felicemente tatuati?

Nasce così Art Farm, un allevamento di maiali in un angolo di Pechino – si perché in Europa il suo lavoro è stato considerato illegale. Maiali reali trasformati in opere d’arte viventi.

Da un’estratto di una sua intervista in merito a come viene gestita la Farm, Wim dice: “Per tenere impegnato un tatuatore un’intera settimana occorrono, più o meno, sei maiali, perché ciascun maiale viene tatuato, sotto anestetico, solamente per due ore alla settimana. È meglio allora avere due tatuatori ogni maiale: fanno un maiale al mattino e uno al pomeriggio. Tatuare è abbastanza stressante e quindi anche il tatuatore non potrebbe incrementare il lavoro con l’ago in un giorno. C’è poi la pulizia quotidiana, la sterilizzazione degli aghi, ecc. Quindi posso avere una produzione sufficiente solo in una struttura come quella di una fattoria. In Cina ci sono moltissime fattorie e tutti gli allevatori sognano la città. Io sono andato con i tatuatori dalla città alla campagna, mentre i poveri contadini facevano il percorso opposto. Nel frattempo la mia fattoria ha significato molti posti di lavoro per il villaggio.”

Della sua Cloaca – la macchina per produrre escrementi, ne parliamo un’altra volta…

Alessandra Botto


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